“Gabbia Dorata” e’ in assoluto il mio primo scritto. Risale a circa l’anno 2000 e devo dedicarlo a due persone: la prima e’ Beppe, un ragazzo conosciuto sul newsgroup it.discussioni.leggende.metropolitane, un caro amico con cui ho anche condiviso la stanza d’albergo a Firenze in occasione di un raduno, oramai troppi anni fa. Fu lui a darmi lo stimolo finale per provare a scrivere qualcosa. La seconda persona e’ Giulia, che mi ha donato una sera in chat (se non ricordo male… sono passati tantissimi anni oramai) l’immagine della borsa sempre a tracolla.
Richiesta per quei pochi che leggono… se arrivate fino i fondo, cortesemente… lasciate un commento.
Gabbia Dorata
Questa e’ la mia gabbia dorata.
Mi guardo intorno, incessantemente, lentamente o velocemente, tristemente o gioiosamente, dal basso all’alto, da destra a sinistra, dall’alto al basso, da sinistra a destra, curiosamente o indifferentemente, attivamente od oziosamente; ma questa e’ sempre la mia gabbia dorata. Pareti bianche, soffitto bianco, pavimento in parquet, con listoni lunghi, di legno chiaro, accostati a formare una greca semplice, onde che lentamente vanno da una parete all’altra, pigramente. Un letto singolo, basso, coperto da una coperta bianca, ma non dello stesso bianco puro delle pareti, un bianco tendente al giallo, un bianco panna, ho sentito dire, che riflette e sembra assorbire la luce della testata, non elaborata, semplice e lineare, ma color dell’oro, quasi a fare da corona a chi ci deve dormire, quasi a sancirne la regale importanza. Un armadio, a cinque ante, bianco, con cardini e manopole color oro e uno specchio a fare da anta centrale, sguardo indiscreto su una stanza luminosa dove si consumano le ore piu’ segrete e private di ongi persona. Un lampadario, che pende dal centro del soffitto e arriva cosi’ basso da sfiorare quasi la testa di chi ci passa sotto; di stoffa chiara, bianca con un ricamo appena accennato, rosa, intorno al bordo. Un comodino in vetro a lato del letto, piedini in oro, quattro, vi sono riposte una fotografia in una cornice rosa chiaro e una sveglia a lancette, piccola, bianca, che segna sempre le sei e cinque minuti. Una finestra che da’ sul palazzo di fronte, separato da una strada quattro piani piu’ in basso, tende bianche e leggere, si spostano ad ogni spiffero, come se in realta’ fossero mosse dalle onde del parquet. Una porta, bianca, chiusa. Chiusa.
Questa e’ la mia gabbia dorata.
La signora che si occupa di me e’ molto buona: ogni giorno entra la mattina presto, mi sveglia con dolcezza… un sussurro… e poi apre la finestra. La luce entra e rischiara la stanza, riflettendosi mille volte su tutte quelle pareti bianche, su quei mobili bianchi e oro, tanto che anche quando le nubi coprono il cielo e le gocce di pioggia ticchettano sui vetri, anche allora, l’ombra della notte scompare senza lasciare traccia. L’aria nuova entra insieme alla luce, con gli odori del fumo dei camini, degli scarichi delle auto, quattro piani piu’ in basso, degli alberi del parco due caseggiati piu’ in giu’, quattro piani piu’ in basso. E allora una certa euforia mi assale, mi rende irrequieto e sento il bisogno di urlare, cantare, gridare.
La signora che si occupa di me e’ molto buona: ogni giorno entra la mattina presto, mi sveglia con dolcezza… un sussurro… apre la finestra e mi porta la colazione. Il profumo del caffe’ entra dalla porta e si mischia con quelli dell’aria nuova, fumo, gas e profumo di alberi, quattro piani piu’ in basso. Biscotti, ecco cosa mi piace la mattina; la signora me li porta sempre, quelli lunghi, all’uovo; e la mela, sempre anche quella. Mi piace anche la mela: polpa succosa, rumore soffocato quando la rompi, ci scavo, lentamente, lasciando intatta la buccia, come se stessi cercando il segreto che nasconde.
La signora che si occupa di me e’ molto buona: ogni giorno entra la mattina presto, mi sveglia con dolcezza… un sussurro… apre la finestra, mi porta la colazione e mi guarda mangiare. Si siede su un angolo del letto e mentre liscia con una mano la coperta, con gli occhi sgranati, neri neri, mi osserva divertita. Sento su di lei l’odore del caffe’, mi piace. Dopo un poco si alza, si avvicina, mi sussurra “Buon appetito” ed esce dalla stanza, chiudendo la porta. La porta e’ chiusa.
Questa e’ la mia gabbia dorata.
Durante la giornata la signora entra spesso nella stanza: cerca qualcosa nell’armadio, sposta un poco il comodino, una volta a destra, una volta a sinistra, una volta avanti indietro ed una avanti, liscia un poco la coperta del letto, scosta le tende le richiude. Oppure entra, si siede sull’angolo del letto, come quando mi guarda mangiare, ma guarda il suolo. Lo sguardo e’ fisso, verso l’infinito; vede qualcosa che io non vedo, qualcosa o qualcuno, visto che ogni tanto parla, borbotta qualcosa; lievi tra le labbra s’odono parole mozze, tono triste, spento. Si volta, guarda il comodino, lo fissa un attimo, un secondo, si alza, sposta il cuscino, sfiora una camicia da notte, ripone il cuscino al suo posto, lo raddrizza. Esce dalla stanza e chiude la porta. La porta e’ chiusa.
Questa e’ la mia gabbia dorata.
Altre volte la signora entra, mi guarda con occhi dolci, neri neri, e mi chiede di cantare. E’ buona. Mi tratta sempre bene. Gli occhi neri neri mi guardano ed io canto. Canto. Faccio del mio meglio. A volte un sorriso spunta sulle sue labbra e lentamente si affaccenda per la stanza. Altre volte si siede sull’angolo del letto, mi fissa ma non mi sorride. Gli occhi neri neri, lucidi, calmi calmi, buoni. Si alza ed esce dalla stanza chiudendo la porta. La porta e’ chiusa.
Questa e’ la mia gabbia dorata.
Quando e’ giorno e le tende sono aperte per far entrare la luce posso guardare fuori. Ci sono le macchine, quattro piani piu’ in basso, i pedoni, quattro piani piu’ in basso, le biciclette e le moto, quattro piani piu’ in basso, gli alberi del parco, due caseggiati piu’ in giu’, quattro piani piu’ in basso, il palazzo di fronte, separato dalla mia finestra da una strada, quattro piani piu’ in basso.
Questa e’ la mia gabbia dorata.
Dalla mia finestra vedo il palazzo di fronte; c’e’ una finestra proprio di rimpetto alla mia; qualcuno vive li’. Quando l’ho vista la prima volta ho sentito il cuore mancare un battito. Quando ho visto i suoi occhi la prima volta ho visto le pareti delle stanza ondeggiare. Ogni mattina osservo dalla mia finestra: si aggira per la sua stanza frenetica, in cerca di tante cose che infila nella borsa che porta sempre a tracolla, per poi fuggire via, uscendo da una porta; aperta. Vedo poco della sua stanza: una piccola scrivania piena di oggetti di ogni colore e dimensione, una sedia con montagne di indumenti ed un letto, sempre sfatto, lasciato con coperte e lenzuola avvinghiate a formare una massa senza senso di colore bianco e blu. Ogni mattina la osservo preparare la borsa, uscire di corsa; ogni sera le osservo rientrare, stanca, con i capelli ribelli che si agitano da una parte all’altra, sfiancati da una giornata passata sempre nella stessa posizione, il viso segnato dalle arrabbiature, dalle gioie e dai semplici avvenimenti indifferenti. La osservo svuotare la borsa con un solo gesto, al suolo. La osservo smuovere un poco la coperta e le lenzuola per dare al letto una qualche forma di dignita’. La osservo cercare sulla scrivania chissa’ quale oggetto ed illuminarsi quando lo trova. La osservo cercare gli indumenti per la notte, in mezzo a montagne di biancheria e vestiti. La osservo chiudere la finestra. La finestra e’ chiusa.
Questa e’ la mia gabbia.
Ogni mattina la signora apre la finestra ed io guardo quella finestra, separata dalla mia da una strada, troppi metri piu’ in basso.
La finestra si apre, lei prende la borsa, ci infila una quantita’ innumerevole di oggetti, tanto che sembra volerla far esplodere, e scappa via di corsa dalla porta, aperta.
La sera entra dalla porta, svuota la borsa che porta a tracolla, rimette in sesto il letto, cerca qualcosa da mettersi per dormire e chiude la finestra. La finestra e’ chiusa.
Questa e’ la mia gabbia.
Ogni giorno la signora apre la finestra ed il mio cuore ha un sussulto. Ogni giorno la finestra di fronte si apre e si chiude senza che cambi nulla.
Questa e’ la mia gabbia.
Oggi la signora ha aperto la finestra ed io ho osservato: dopo molto tempo la finestra di fronte si e’ aperta. Ma lei non stava cercando gli oggetti da mettere nella borsa e portava un vestito nuovo e bellissimo. L’ho vista, bighellonare per la stanza, in attesa di qualcosa, in attesa. In attesa.
La signora che si occupa di me sposta il comodino, avanti ed indietro. La mia finestra e’ aperta. La sua finestra e’ aperta. Mi avvicino al davanzale, lentamente. Nel petto ua strana sensazione. Sento il profumo degli alberi del parco, due caseggiati piu’ in giu’, qualche metro piu’ in basso. Le finestre sono separate da una strada, stretta, pochi metri piu’ in basso. Il davanzale e’ spazioso. Non credevo fosse cosi’ grande. La signora che si occupa di me sta ancora spostando il comodino, a destra ed a sinistra. Lei passeggia avanti ed indietro nella stanza, in attesa. In attesa.
La strada e’ proprio stretta, qui sotto.
Il davanzale e’ largo.
Salto.
Eccola li’, la finestra aperta, la sua stanza con i mucchi di vestiti, le cianfrusaglie sulla scrivania ed il letto disfatto. E’ sempre piu’ vicina. La strada ci separa, ma per poco. La strada che in effetti non e’ poi cosi’ stretta. La strada che in effetti e’ quattro piani piu’ in basso.
La finestra si avvicina, si avvicina, ci sono quasi.
Manca poco, manca poco.
Si allontana all’improvviso.
La strada si avvicina.
Le macchine diventano grandi.
I pedoni fanno rumore.
Il marciapiede e’ cosi’ vicino che potrei toccarlo.
La strada era molto larga.
Le macchine erano molto grandi.
I gas puzzano.
L’odore degli alberi qui non si sente.
Ho la vista annebbiata.
Vedo tante persone sopra di me che mi guardano.
Occhi che scrutano, che guardano. Neri, castani, blu, verdi, grigi.
Parole che si confondono. Caduto, orrore, incredibile, schifo, poveretto.
Fa freddo.
Un piede che mi sfiora. Dolore.
Si sta facendo piu’ scuro.
Guardo in su e la vedo uscire da una grande porta, aperta.
Si dirige verso di me.
Un ragazzo che mi stava guardando si gira.
Si abbracciano.
E’ tutto buio. sento solo qualche voce.
“Che e’ successo?”
“Niente. Un passerotto e’ caduto da un tetto qui intorno.”