Nuove frontiere del Bungee Jumping
Dopo i salti all’indietro, piroettati, al buio e con sotto i coccodrilli, ecco una nuova versione “casereccia” del Bungee Jumping… un filmato carino, senza sorprese ma d’impatto!
Dopo i salti all’indietro, piroettati, al buio e con sotto i coccodrilli, ecco una nuova versione “casereccia” del Bungee Jumping… un filmato carino, senza sorprese ma d’impatto!
Segnalo questo bellissimo trailer: si tratta di un film di prossima uscita (nove marzo negli Stati Uniti, non conosco la data italiana) che prende spunto dalla Graphic Novel omonima di Frank Miller (l’uomo dietro Sin City, giusto per citare l’opera piu’ famosa), a sua volta ispirata alla battaglia delle Termopili (per maggiori informazioni su questa epica battaglia vi rimando alla specifica pagina di wikipedia).
In quasi ogni matrimonio ci sono aneddoti divertenti o eventi strani che rendono il tutto piu’ speciale… alle volte sono accadimenti buffi, altre volte delle “tragedie” che poi pero’ si ricordano con un sorriso. Questo filmato credo (e spero) rientri nel secondo caso…
Non sempre rubare una borsetta e’ semplice e sicuro, dipende chi si sta aggredendo, come vediamo in questo filmato.
Qualche rara volta ho usato queste pagine (viste da quattro gatti, ma non e’ questo che conta) per scrivere anche qualcosa in piu’ di un semplice resoconto su un film o su un libro, oppure di una segnalazione di un filmatino in rete.
Questa volta e’ una di quelle volte in cui vorrei scrivere qualcosa di piu’ (approfittando anche del fatto che nei prossimi giorni non aggiornero’ il blog per impegni che mi terranno lontano dal computer).
Stavo discorrendo con una mia vecchia amica (che, a prescindere dal fatto che mi conosca, e’ anche una persona meravigliosa) quando siamo incappati nel discorso delle traduzioni, in particolare delle traduzioni dei libri (che poi e’ il suo lavoro). Senza scendere troppo nei dettagli del discorso, mi e’ diventato evidente come la posizione dei traduttori di opere letterarie sia poco considerata, soprattutto a fronte di quanto invece rivesta un ruolo fondamentale nella riuscita e nel successo editoriale di un libro. Questa “invisibilita’” porta a tantissime conseguenze, fra le quali l’impossibilita’ di creare un normale mercato della domanda e dell’offerta che consideri pienamente non solo la traduzione in se’, ma anche la sua qualita’ (chi gioca di ruolo ben sa cosa questo significhi, soprattutto quando si prende in mano un manuale mal tradotto ed adattato; non per niente in molti, ed io per primo, comprano manuali in lingua originale).
Le conseguenze del discorso fatto oggi con questa mia amica sono fondamentalmente tre: questo articolo sul blog, l’impegno da parte mia a segnalare i traduttori dei prossimi libri che recensiro’, e la pubblicazione (in calce) di un link ad un documento che vi invito a leggere, un documento in merito a questo aspetto molto sottovalutato della letteratura.
Un libro scritto in cinque parti, che prende in considerazioni cinque aspetti della vita di una persona, scritto con quattro stili diversi (la prima e l’ultima sono scritte nello stesso modo, a chiudere l’ideale cerchio… o forse dovremmo dire circuito che disegna la vita del protagonista). La famiglia, gli amici, l’amore, il lavoro e la nuova famiglia: sono i cinque temi delle cinque parti, raccontati come solo Baricco sa fare, amalgamandoli in un tutt’uno che e’ anche cinque parti diverse.
La scelta e’ coraggiosa, il tentativo difficile, ed in effetti il risultato non e’ eccezionale: la seconda parte e’ infatti molto sotto tono rispetto alle altre e decisamente pedante e noiosa… poco si sposa con il resto del libro e sembra appiccicata e non amalgamata alle altre sezioni della storia.
E poi… e poi c’e’ la fine, l’epilogo: si’ perche’ se il libro affascina e si lascia leggere, fino all’epilogo rimane un libro come tanti altri… interessante come esperimento di stili, come analisi della vita, ma e’ un libro che molti altri avrebbero potuto scrivere. Ed allora arriva l’Epilogo… e ti prende a schiaffi: sono sonori ceffoni, riga dopo riga… che prendono tutto quello che c’e’ scritto prima e gli danno un senso (ma senza spiegarlo esplicitamente). Sono ceffoni perche’ non solo danno un senso, ma stravolgono tutto il pensiero fino ad ora tenuto, un pensiero lineare, buono, condivisibile; e allora tutto cambia. E poi c’e’ quel numero, 111, che prende e ti affonda un bel pugno proprio li’, alla base dello stomaco e pensi 1000 cose dell’autore e nessuna e’ proprio lusinghiera. Alla fine chiudi il libro e ci pensi: si’, e’ proprio un bell’epilogo, un epilogo che va oltre la parola fine… e ripensi al libro, per giorni… e ci ragioni ma alla fine non sai mai se hai capito proprio tutto tutto.
Regista: Christopher Nolan
Principali interpreti: Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, Scarlett Johansson, David Bowie, Andy Serkis
The Prestige e’ un film molto particolare, il tentativo di Nolan di portare avanti la sua visione destrutturata della narrazione (come in Memento), coadiuvato da un arricchimento generale e da un intorno speciale che lo aiuta a creare maggiori “confusione” nella mente dello spettatore.
Se in Memento la destrutturazione era dovuta al montaggio “all’indietro” e la confusione dello spettatore dalle revisioni degli accadimenti per via dell’inaffidabilita’ dei ricordi dle protagonista, qui la destrutturazione e’ un artificio narrativo, nel quale i protagonisti leggono e rivivono le proprie storie da punti di vista opposti attraverso i reciproci diari rubati, in una spirale che si avvolge su se stessa fino a srotolarsi in un presente indispensabile per la conclusione della storia. La sensazione di incertezza viene invece creata dal regista attraverso l’oggetto stesso del film, il protagonista invisibile: la magia, l’illusionismo. Lo spettatore non sa piu’ quindi cosa sia illusione e cosa sia reale… non sa piu’ se quello che sta vedendo puo’ essere creduto. Nolan aggiunge poi degli aspetti fantastici al film ma con somma provocazione, li associa alla scienza! Il paradosso diventa quindi evidente: l’illusionismo e’ tutto un mondo di apparenza, di trucchi e macchinari… la scienza un pozzo senza fondo che racchiude infinite possibilita’ (fino a contemplarne di impossibili).
La chiave di lettura di questa pellicola e’ quindi molto interessante e sfaccettata, ma il livello che Nolan riesce a raggiungere nell’analisi e’ decisamente inferiore a quello di Memento; inoltre se la destrutturazione e’ ben realizzata, la trama non riesce a “nascondersi” fino in fondo e si intuisce la conclusione del film gia’ molto prima che la storia cominci a dipanare i “misteri”.
Veramente superlativa la prestazione di Jackman, Bale e’ come sempre ottimo e puntuale (la sua interpretazione viene meno notata per via delle caratteristiche stesse del suo personaggio) mentre la Johansson ha un ruolo decisamente marginale e poco si nota (incredibile a dirsi).
Merita infine attenzione la scenografia: curata nei minimi dettagli e decisamente suggestiva, completa il film con una profondita’ notevole, fornendo un palcoscenico a tutto tondo per l’interpretazione degli attori.
Regista: Louis Leterrier
Principali interpreti: Jet Li, Morgan Freeman, Bob Hoskins
Scritto da Luc Besson appositamente per Jet Li, questo film sposa i combattimenti e l’azione con una sensibilita’ che si trasmette e si incarna nella musica e, piu’ praticamente, nel pianoforte. Il film ricalca per certi versi alcune delle idee e dei significati che Besson aveva gia’ toccato con infinita eccellenza in Leon: un personaggio vive ai margini della societa’, reso schiavo da un microcosmo chiuso; il fato rendera’ possibile a questo personaggio la scoperta della societa’ al di fuori del proprio ambiente chiuso, scatenando cosi’ un processo di presa di coscienza, di riscatto e rivincita ma soprattutto di crescita. Se Leon trovava i sentimenti, Danny scopre qualcosa di piu’ in quanto impara i principi di giusto e sbagliato. In questo film Besson non arriva purtroppo ai livelli di Leon (nonostante il cast d’eccezione) ma il film e’ decisamente ben realizzato e comunque l’importanza data alle scene d’azione smorza il percorso di analisi ricercato.
Ottima l’interpretazione di Freeman, eccezionale quella di Hoskins. Li per la prima volta recita davvero nel senso piu’ occidentale del termine: il suo personaggio offre una gamma di emozioni come non e’ solito fare nei film che realizza normalmente. Ottima anche l’interpretazione di Kerry Condon, che interpreta la figliastra di Freeman: una piacevole sorpresa per un’attrice non bellissima ma di talento.
Solo due parole sulle scene di combattimento: perfettamente scelto lo stile di combattimento di Jet Li, che usa le sue capacita’ fisiche in maniera eccelsa per sfornare combattimenti crudi che poco hanno dell’arte marziale e ricordano piu’ la rissa da strada, sporca e imparata sulla propria pelle. Non mancano ovviamente anche le scene con ottime caratteristiche tecniche (ricordo in particolare quella nel bagno privato, dove a fronte di spazi veramente ridotti Li riesce a sferrare un calcio alto da antologia).
Regista: Woody Allen
Principali interpreti: Jonathan Rhys Meyers, Brian Cox, Emily Mortimer, Scarlett Johansson
Film atipico per Woody Allen (non che sia un esperto): e’ il primo ad essere girato completamente in Gran Bretagna, il piu’ lungo ed il primo dopo tanti anni a guadagnare al botteghino negli Stati Uniti.
Il film si svolge lungo una trama molto lineare con personaggi semplici che si muovono lungo binari preordinati. Allen rappresenta una vita esternamente perfetta ma riesce con tanti piccoli accenni, a farla percepire allo spettatore come non serena, non soddisfacente. Ad inizio film l’immedesimazione con il protagonista e’ facile, ma a poco a poco la storia prende una piega diversa e tutto sembra sfuggire al controllo dei personaggi coinvolti e le cose si complicano sempre piu’. I personaggi cambiano sotto gli occhi dello spettatore e si rivelano sfaccettature minuscole, che li descrivono pero’ come persone totalmente diverse. Il finale e’ interessante e correntemente lento, diverso, per certi versi, da quanto ci si potrebbe attendere e come sempre Allen ci lascia con qualcosa cui pensare.
Regista: Stefen Fangmeier
Principali interpreti: Edward Speleers, Jeremy Irons, Sienna Guillory, Robert Carlyle, John Malkovich
Tratto dall’omonimo libro (gia’ recensito sul blog), Eragon e’ la classica trasposizione sofferente di un libro zeppo di avvenimenti: la storia corre cosi’ veloce da non permettere allo spettatore di seguire l’azione, gli avvenimenti si susseguono senza lasciar spazio a dialoghi che raccontino i personaggi, fatti e attenzioni che danno pronfondita’ ad intreccio e comprimari vengono tagliati inesorabilmente. Il risultato e’ un film che puo’ soddisfare (poco) spettatori che non abbiano letto il libro e che vadano al cinema pe run film leggero, fantasy ma senza aspettarsi un nuovo Signore degli Anelli. Chi ha letto il libro rimarra’ invece ampiamente deluso da una trasposizione zoppa… e monca. Il pregio di Eragon (come libro) non e’ certamente nell’ambientazione o nell’intreccio di personaggi, eppure proprio questo e’ quanto e’ stato portato nel film: forse alla ricerca di terreno solido per non scontentare nessuno (o per cavalcare quest’onda generata dal film di Jackson) la sceneggiatura e’ stata ritagliata con certosina attenzione per lasciar fuori tutto cio’ che il libro aveva di interessante e nuovo, calcando invece la mano su quanto di meno originale lo caratterizzasse.